L'angolino di Hans

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   Cari amici,

  ecco pur che a voi ritorno dopo una lunga peregrinazione che dalle pagine di carta patinata di mi ha condotto a quelle elettroniche del Web, anch'esse, come quelle, rigorosamente in bianco e nero.
  In questo spazio, come ci suggerisce il ricco menu a sinistra, potrete ritrovare il passato (tutti i numeri di e i fascicoli de I Quaderni di da leggere o scaricare gratis) ma anche il presente (il mio blog, nel quale continuerò a dir la mia) e Cosa Rara, una collana di e-book dedicati alla musica antica, alle trascrizioni per coro del repertorio vocale o d’altro tipo, ad argomenti riguardanti la teoria, le forme e l’analisi da scaricare a pagamento.
  Infine, nella home page, sulle colonne di destra, ancora un omaggio al passato con la riproposta di quei corsivi di Hans e di Kreisler che aprivano e chiudevano emblematicamente tutti i numeri della rivista e in cui si trattava di problemi concernenti la vita politico-social-cultural-musicale degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Una breve cronaca di quei bei tempi andati, insomma, che riletta a distanza ha rivelato da parte nostra sorprendenti capacità divinatorie.
Hans

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Kreisleriana

Alla ricerca del musicista, del musicologo, del musicofilo...

Prolusione

  L’altro giorno, dopo una notte insonne, ho raggiunto di corsa la direzione, spinto da un bisogno impellente: quello di condurre una circostanziata indagine socio-estetico-fisiologica sul mondo musicale, sulle varie tipologie, sul carattere dei musicisti, dei musicologi, dei musicofili e così via. Un piano ambizioso ma, ve lo giuro su Bach o su Mozart, certamente motivato. Inizialmente, non nego sia emersa qualche perplessità. Malumori, zizzania, divisioni, scaramucce tra membri del consorzio umano o tra animali da circo sono cose sempre all’ordine del giorno, ma tra esponenti del mondo musicale, no e poi no. E qui mi è venuta in aiuto la missiva di quel nostro lettore che, citando una frase di Severino Gazzelloni, ebbe a proclamare con fede incrollabile che la musica affratella. È mio intento infatti cogliere spontaneamente, e senza alcuna malizia, le differenze più evidenti all’interno di una grande famiglia. E poi, che c’è di tanto strano nell’essere diversi, quando si è legati dal vincolo indissolubile delle sette note? lo, per esempio, biondo, ho una sorella dai capelli rossi, meno bruttina di me che un Adone proprio non sono, vivacetta, magari anche un po’ furba; eppure senza essere due gocce d’acqua, ci vogliamo un gran bene.
  Ma torniamo a noi. Caduta dunque ogni pregiudiziale, mi sono messo d’impegno, stendendo un primo resoconto, una panoramica introduttiva sull’argomento che sarà oggetto di varie monografie a puntate, più o meno con i seguenti titoli: “Vita quotidiana di...”, “Come vivono i...”, “Una giornata con...” eccetera.
   Cominceremo questa volta con precisazioni d’ordine terminologico. In primis sulla figura del musicista, essere sostanzialmente spartano nel fisico e nell’animo, abituato fin dalla più tenera età a crescere tra le grigie mura dei conservatori, tutti ex conventi, mai ravvivati dalla luce del sole, ma spiritualmente da quella, non meno splendida, dei suoni. Un ginnasta del braccio e del cuore, un atleta in eterno ritiro, intento a percorrere scale su tastiere ingiallite e corrose dal sudore, oppure a martoriarsi i polpastrelli con le taglienti corde del violino; infine a sacrificare al dio Eolo l’ultimo respiro entro ingrati tubi di legno o di latta. Giovani d’oggi il cui unico trastullo, fin dall’infanzia, è un pianoforte truccato da computer, un po’ come le bambole di Madre Gertrude, ma col sostegno di una tenace fede nel golfo mistico, oppure nella pedana o nel palcoscenico. Si tratta infatti di differenti specie di animali, tra cui c’è chi preferisce vivere nel serraglio, chi allo stato brado.
   Parleremo dunque di questi argomenti, compresa la differenza tra due tipi di direttore: quello d’orchestra e quello di conservatorio. Il primo intento a disegnare nell’aria angelici ghirigori, il secondo a sbacchettare penne e matite tra carte e scartafacci, decreti e circolari in una difficile concertazione burocratica, resa sempre meno allettante da diffide, organigrammi, ispezioni. Un mistero (che cercheremo di svelare) resta comunque sapere perché loro piaccia tanto svolgere questa mansione. Per ora ci limiteremo ad osservare scientificamente che anche i direttori di conservatorio appartengono a diverse specie e sottospecie. C’è per esempio chi, deposto il violino, ma non l’arco, gioca a tirassegno con quest’ultimo, usando il proprio corpo docente come bersaglio preferito; chi vive spiando dalla serratura l’impostazione corretta che l’insegnante di canto si premura di dare alla procace allieva. Ma c’è anche quello (e i casi sono tutt’altro che rari) che si confonde col direttore d’orchestra, improvvisando prove in ogni dove e con chicchessia: dagli abbaini al sottoscala tutto va bene, magari anche i servizi, tranne quando sono occupati dall’insegnante di direzione ritirato si a fare pipì, nel qual caso fugge istantaneamente in auditorium per rifocillare ben bene lo squadrone di tarli allevati con molta cura tra le assi del podio, sede del suo eterno rivale.
  Passiamo ora alla figura del cantante: l’ugola d’oro, cliente affezionatissimo di negozi di sciarpe come di farmacie, per via di quel do di petto o di quell’eterna raucedine che fa immancabilmente prendere le ali alla nota giusta. Ma al di qua della stecca, pardon, dello steccato professionale, ci si imbatte nell’esercito dei musicofili, degli amatori, di quelli che pur non vivendo di sole note, le mangiano comunque con cadenza quotidiana o quasi. Sono tanti amici, oltreché tra loro, amici di altrettante musiche. C’è l’amico della lirica che vive come un sacerdote di una religione fatta di riti solenni, ma anche di grandi sacrifici. Prendere il pullman alle quattro del mattino (proprio come i tifosi del calcio o i più incalliti cacciatori) per raggiungere - che so - Palermo in giornata, non è uno scherzo. Ma l’obiettivo finale, sentirsi magari il “do della pira” dal più impraticabile trespolo di questo o di quel loggione, lo ripaga di ogni angustia. Se poi parte via treno, il merito supera ogni limite. Fidarsi di Schimberni è addirittura masochismo, pari a quello di chi si reca annualmente al Sociale di Mantova, nella speranza di assistere ad una “stagione lirica”. L’amico della musica (dizione esatta) è tipo più serioso, meno godereccio. Non mischierebbe mai, come il collega assiduo frequentatore dei gradoni dell’Arena di Verona, il salame con Puccini o il lambrusco con Verdi, innanzitutto perché, cosa di cui parleremo a tempo debito, nei clubs cameristico-sinfonici vigono i criteri del bon ton secundum Nuvoletti.
  L’ascoltatore filologo, invece, non appartiene ad alcun sodalizio, sia per una congenita forma di asocialità, sia per quel che di inappetenza che lo porta a preferire la musica insipida, così come le vivande senza zucchero e senza sale. Quanto ai gusti, pare, - a suo dire - che Verdi, Wagner e persino Beethoven provochino strane affezioni diabetiche.
   A metà via tra il musicista e il musicofilo stanno il musicologo e il critico. Il musicologo, secondo dettami accademicamente consolidati, risponde ad una categoria di raccoglitori di farfalle, sempre intenti ad acchiappare neumi. Le sue scale non sono d’avorio, ma di marmo, appartenenti a qualche palazzo avito, custode della musica antidiluviana. Il critico invece è colui che scrive di tutto e di tutti su rotocalchi o quotidiani. Spesso non conosce nemmeno la posizione del do, ma il Nostro non se ne fa caso, accampando competenze d’altro genere. È presente infatti in ogni manifestazione, ma lo troverete di preferenza al buffet o nelle halls. E pensare che c’è sempre a sua completa disposizione una comoda poltrona che verrebbe pagata a caro prezzo dall’ultimo ritardatario, cui toccherà, l’indomani, farsela raccontare proprio da lui, dal critico che sulle colonne del proprio giornale discetterà ampiamente quanto forbitamente, delle lucenti stellette esibite dal colonnello in prima fila, della criniera del direttore e persino del gel sul ciuffo dell’ultimo contrabbasso. Come competenza non c’è male vero?
  A parte si colloca la figura del sovrintendente. Visti aspetto e atteggiamenti, saremmo indotti a supporre che provenisse da studi di tipo trombonistico. Invece i suoi luoghi di formazione sono le greppie di partito. E poi, meno musica conosce, meglio è. Per emettere ragli non servono diplomi.
  Talvolta accade siano farmacisti o medici. Otorinolaringoiatri? Beh, l’orecchio non è indispensabile e nemmeno il naso, ma la gola, quella sì.
  D’accordo. Spero d’essere stato chiaro, almeno nelle linee generali. Quanto all’approfondimento, procurerò di farlo a puntate nel corso dei prossimi numeri. A presto dunque!
  J. Kreisler

  da Mantova musica n. 12
  ottobre-dicembre 1988
 
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