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Wahn! Wahn! Überall Wahn!

 "Follia! Follia! Dappertutto follia!", canta Sachs all’attacco del bellissimo monologo del terzo atto dei Maestri Cantori. Follia? Meglio tradurre con cretineria. Proprio così. In questi ultimi tempi, anche nei luoghi più accreditati, ovunque si volga lo sguardo e si rizzino le orecchie… cretineria, cretineria e ancora cretineria, complice l’onnipotente business e l’adeguamento, dai gradini più alti a quelli più infimi del sapere umano, ai dettami del pensiero unico che vuole un pubblico sempre più beota, ignorante, plaudente e felice, felice della cacca che regolarmente trangugia, paradossalmente convinto di assaporarla per via di una sorta di scelta consapevole e in pieno regime libertario. Alla messa in atto del verbo globalista provvede poi quella masnada di furfanti, piazzata ad hoc nella stanza dei bottoni di enti sinfonici, teatrali, associazioni, giornali, riviste e compagnia bella.
 Ribellarsi contro costoro non ha senso. La lotta è troppo impari e vana. Anche la pluralità di pensiero che sembra offrire internet non può nulla. Resta solo, di tanto in tanto, la magra consolazione di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Nulla di più. E allora pronti!
 Partiamo dallo scandalo degli scandali, vale a dire da quella sottospecie di “tenore”, divenuto “baritono” e allo stesso tempo “direttore d’orchestra” e tra poco, chissà, anche “basso”. Oddio, si potrebbe capire se costui di tanto in tanto si facesse vivo magari con un Nabucco a Canicattì o con un Simone a Finale Ligure, ma invadere sistematicamente con le sue porcate i palcoscenici più prestigiosi dell’intero orbe terracqueo è cosa a dir poco scandalosa, come altrettanto scandalose sono le leccate di culo che riceve dai rispettivi direttori stabili, da Pappano a Levine, da Barenboim a Mehta, da Dudamel a Gergiev, nessuno escluso. Persino un festival che sembrava serio, come quello di Bayreuth, l’ha visto la scorsa estate sul podio ove sedettero i vari Krauss, Knappertsbusch, Karajan, Böhm, a sbacchettare La Valchiria. Inutile sottolineare la gravità della cosa. Eppure da Londra a Parigi, da Berlino a Milano, da Vienna a Salisburgo le recite di questo vecchio trombone registrano regolarmente il tutto esaurito, segno evidente che la sua presenza tira. E allora facciamolo pure andare avanti sperando che prima o poi tiri qualcosa d’altro. Di certo quel giorno noi non piangeremo.
 Che dire poi del vergognoso mercato delle vacche che ha come protagonisti assoluti i potentissimi impresari teatrali? Un Kaufmann per due Furlanetto, una Harteros per tre Vargas e giù, giù, giù sino all’orrido baratto di una Netrebka per un Eyvazov, un cesso vocale di prima categoria dotato tuttavia di un solido argomento: essere il marito della cicciona. Se anche costui, come il vecchiardo di cui sopra, limitasse le proprie comparse in qualche teatro dell’Azerbaijan, dell’Uzbekistan, del Kazachistan e via dicendo, va beh, cazzi di coloro. Ma che dire dell’Andrea Chénier della Scala del 7 dicembre del 2017? Anche i più sprovveduti e ingenui non hanno potuto non capire di trovarsi di fronte a un evidente caso di nepotismo. Niente costui niente Netrebka (sai che perdita…). Per cui tanto Pereira che Chailly si son mandati giù il rospo invitando addirittura la gente, in occasione della prima, a non applaudire dopo i soliti pezzi di rito per evitare le probabili contestazioni dei loggionisti (c’era la televisione e la parola d’ordine era: “Tutto bello! Una meraviglia!”). E alla fine nessuna uscita singola: sempre tutti compatti a protezione del cane. Una cosa del genere non si era mai vista prima. Puttanesca motivazione di Chailly: l’Andrea Chénier è un’opera così unitaria nel suo decorso compositivo che spezzarla con gli applausi sarebbe un atto di inciviltà. Dall’Orfeo di Monteverdi al Gran sole di Nono, invece, si applauda pure quando e quanto si vuole. A meno che nel cast non compaia un marito, una moglie, un fratello o un cugino di qualche pezzo grosso pronto a ritirare la propria partecipazione in caso di futili ritrosie da parte di questo o quel direttore artistico, sovrintendente e via dicendo.
 E così si potrebbe continuare a lungo ma ci fermiamo senza però prima aver menzionato un’altra deplorevole situazione, seppur del tutto particolare dal momento che in essa il sublime convive col letame. È il caso di Christian Thielemann, a nostro modesto parere il più grande direttore del momento. Nella musica sinfonico-strumentale nulla da eccepire. Come quasi tutti i colleghi, quando ha in progetto un concerto per pianoforte di Beethoven o di Brahms non si serve di certo di un Allevi o di un Bollani (eccezion fatta per Chailly) ma dei grossi nomi del momento. Quando invece si arriva ai cantanti, apriti o cielo.
 Oddio, le produzioni di Bayreuth, ove da qualche anno è direttore artistico, anche se poi a decidere sui cantanti da chiamare pare siano le due sorellastre rivali, la Eva e la Krethina Wagner, sono segnate da scelte non eccelse e, tutto sommato, nei limiti della decenza. Ma le cose più assurde, per non dire vergognose, Thielemann (o chi per lui) le riserva regolarmente al Festival di Pasqua di Salisburgo. In primis la scelta di Cura per l’Otello 2016 e di Antonenko per la Tosca 2018. No comment!!! Che dire poi di quella di Hampson-Mandrika in Arabella 2014, della serie La rana e il bue, o del malandato, boccheggiante Seiffert nella Valchiria 2017? Nulla da eccepire invece nei Maestri Cantori di quest’anno, per quanto su Klaus Florian Vogt dovremmo prima o poi dedicare un post magari dal titolo “Il cantante wagneriano: una razza animale in via di estinzione o già estinta?”. L’anno prossimo e quello dopo ancora si preparano invece tempi davvero bui. 2020: una nuova versione del Don Carlo (come se non bastassero le quattro e passa stilate dallo stesso Verdi) in quattro atti preceduti da un “prologo sinfonico” commissionato probabilmente all’amico di turno, certo Manfred Trojahn, il cui nome è già tutto un programma. Ma a chi andrà il ruolo del protagonista? Al grande Yusif Eyvazov! Motivo? Il solito. Nella ripresa di Dresda del maggio 2020 ci sarà Lei, la divina cicciona, al posto della Harteros che canterà invece le recite di Salisburgo. Insomma, l’ennesimo do ut des. Dulcis in fundo, 2021: una Turandot con la fatal coppia al completo: Eyvazov-Calaf e Netrebka-Turandot. Che goduria!
 Ci chiediamo. Come può un direttore musicalmente preparatissimo, intelligente e sensibile lasciarsi andare a queste scivolate maldestre e clamorose che, oltretutto, gli si ritorcono contro in quanto mandano fatalmente a puttane tutto il lavoro pregevole fatto con l’orchestra e con gli altri membri della compagnia?
 Saremmo davvero curiosi di sentire la risposta dell’interessato, risposta che ovviamente non verrà mai, onde per cui continueremo a tenerci i nostri dubbi. Alla prossima.
Hans








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