Osborne - Il blog di Hans - L'angolino di Hans

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

Carrellata primaverile

Pubblicato da in Visti ed Ascoltati ·
Tags: BeczalaFlorezDomingoMehtaArmiliatoKaufmannGheorghiuTerfelCobosOsborneRebekaSimeoniSpyresElderBiondiJordanPetrenkoKochThielemannNetrebko
“Una parola è troppa e due sono poche”, suole ripetere sino alla nausea nonno Libero Martini, ormai a pieno diritto annoverato, in un’epoca di cervelli spenti e bacati, tra i maggiori filosofi contemporanei. Ne facciamo quindi tesoro per passare brevemente in rassegna quanto è successo in questi ultimi mesi nei teatri d’opera e nelle sale da concerto della nostra cara e vecchia Europa.
 Hic sunt leones, dicevano i romani per indicare i territori della selvaggia terra d’Africa. Hic sunt tenores possiamo ora aggiungere per definire quei luoghi musicali ove alberga quella razza canora altrettanto primitiva detta appunto dei “tenores”. Iniziamo con un illustre esemplare, Piotr Beczala, protagonista di due edizioni del Ballo in maschera, una a Monaco ai primi di marzo, diretta dal soporifero Zubin Mehta con una discutibile Anja Harteros e uno sfiatato Keenlyside, e l’altra a Vienna, in aprile, ove l’orchestra della Staatsoper dirigeva certo Marco Armiliato. Voce ruvida e dalle inflessioni tutt’altro che eleganti, col canto di Verdi (e lo si era ben capito con la Traviata della Scala) il tenore polacco ha ancora una volta dimostrato di non averci molto a che fare.
 Una parola, adesso, sull’idolo del momento, il super gettonato Jonas Kaufmann sempre più altalenante per non dire deludente, come nel caso della Tosca viennese di maggio ove era affiancato da tre bestiacce di lusso, Angela Gheorghiu e Bryn Terfel sul palcoscenico e Jesus Lopez Cobos sul podio. Che dire poi dell’incidente con la Gheorghiu che per dispetto non entra in scena dopo il mediocre “E lucean le stelle”, oggetto di una quindicina di minuti di applausi a scena aperta con tanto di bis? Evviva! Questo è il mondo dell’opera!
 Kaufmann, Kaufmann! Dove sono i bei momenti? Dove è finito quel tuo canto aereo, etereo, raffinato e sofferto di quel meraviglioso Werther di Parigi del gennaio del 2010? Troppe opere, troppe diverse vocalità e quando la voce non regge che si fa? Si domingheggia, voce del verbo domingheggiare, ossia scantazzare, gigionare, emetter versi, quei versi che il “titolare” del verbo va spandendo imperterrito sui palcoscenici più importanti di mezzo mondo, Scala compresa. Vergogna! Non tanto per l’interessato che cura comprensibilmente i propri squallidi interessi ma per i sovrintendenti, i direttori artistici e musicali che lo assecondano, per non parlare di quella parte del pubblico che continua ad applaudirlo.
 “Hic sunt tenores”, dunque. Ciò nondimeno a salvare la categoria provvede di tanto in tanto qualche sparuto gruppetto di anomali esemplari, da Juan Diego Florez a John Osborne, il primo ottimo protagonista di due importanti eventi, il Roméo et Juliette di Vienna a febbraio sempre con l’Orchestra della Staatsoper che dirigeva l’onnipresente Armiliato, con una magnifica Rebeka, e il Werther di Parigi in aprile, diretto da Jacques Lacombe (Carneade, chi era costui?) con una altrettanto strepitosa DiDonato; il secondo impegnato a Venezia in maggio nella donizettiana Favorite, a far giustizia, accanto ad una promettente Veronica Simeoni, di una parte che, al pari di tutte quelle del repertorio belcantistico italiano, necessita di nuove chiavi di lettura vocal-interpretative, magari sorrette (e sarebbe l’ora ) da orchestre con strumenti d’epoca utilizzati secondo le pratiche esecutive del periodo. Ma da tutto ciò (se si eccettuano i rari esperimenti del passato, anche recente, ad esempio Les Martyrs londinesi (2014) con Spyres, la El Khouri, Kempster e L’Orchestra of the Age of Enlightenment diretta da Mark Elder, o la Bolena di Rieti (2013) con la Torbidoni, la Polverelli e l’orchestra L’Europa Galante diretta da Fabio Biondi) siamo ben lontani. Fantaopera!
 Dal “bel” canto italiano passiamo ora al “mal” canto wagneriano ove qualche attributo invece serve, pena il seppellimento del malcapitato singer sotto l’imponente massa orchestrale. Interessante tra aprile e maggio la tenzone dei Meistersinger tra Philippe Jordan (Parigi, marzo) e Kirill Petrenko (Monaco, maggio) da cui sono uscite due diverse letture e due altrettanto diversi risultati. A Parigi, seppur con complessi qualitativamente inferiori rispetto a Monaco, Jordan ci ha offerto dei Maîtres Chanteurs ricchi di calore e di pathos, in ciò coadiuvato da un buon cast vocale (Finley, Skovhus, Jovanovich, Spence, Kleiter). Altrettanto non si può dire di Monaco, ove il gelo siberiano che esalava la bacchetta di Petrenko l’ha fatta da padrone. Del russo vanno segnalate la grande capacità di lettura di una partitura estremamente complessa resa nei minimi dettagli e l’ineccepibile tecnica direttoriale che ha consentito una esecuzione sempre puntuale nei complessi rapporti tra palcoscenico e orchestra anche nei momenti più difficili come il finale del secondo atto. Per il resto gelo bouleziano. Perfino Kaufmann, decisamente molto più a suo agio rispetto a Cavaradossi, Des Grieux e compagni, è stato ripetutamente frenato nell’esternare quelle nuances che quando vuole sa ancora tirar fuori. Buono il resto della compagnia vocale (Koch, Eiche, Kaufmann appunto, Bruns, Jakubiak). Una parola sulle regie. Passabile quella un po’ balorda di Parigi di Herheim (Meistersinger in chiave onirica e in ambienti e abiti ottocenteschi, ripresa da Salisburgo), vergognosa quella di Monaco di Brannwart in abiti moderni con un Sachs ciabattino ambulante con tanto di camioncino al seguito, la tenzone ambientata su un ring di rocchettari e via di questo passo: cagate che solo le menti diaboliche dei registi tedeschi sono in grado di partorire.
 Due parole sono per davvero poche per descrivere invece il Lohengrin di metà maggio diretto da Thielemann a Dresda. Purtroppo però le registrazioni che girano su internet sono “in house”, caserecce e pertanto non veritiere circa i rapporti sonori all’interno dell’orchestra e tra orchestra e palcoscenico. Da quel po’ che è trapelato questo Lohengrin ci è parso la cosa più interessante dell’intera stagione. Ne riparleremo quando sarà possibile ascoltare una registrazione più attendibile. Ciò nondimeno va subito sottolineata la scelta discutibile di Beczala (ma a Thielemann sono da imputare ben altri e più gravi peccati in tal senso…), certo più in parte rispetto al Riccardo del Ballo ma sempre privo di quella musicalità riscontrabile nelle performances di altri colleghi. Per capirlo è sufficiente un giretto su Youtube: In fernem Land, ad esempio, viene intonato a voce piena e portato avanti in forma monocorde. Si faccia un serrato confronto con Kaufmann o Botha e si noterà la differenza. Molto bene la Netrebko. Buono il resto della compagnia (Zeppenfeld, Konieczny, Herlitzius).
 Altro duello wagneriano a distanza è stato il Tristano di Baden-Baden/Berlino di aprile diretto da Rattle e quello dei Champs Ėlysées di Parigi di maggio diretto da Gatti. Sui cantanti (Kerl, Nicholls, Humes, Breedt a Parigi, Skelton, Westbroek, Milling, Connolly a Berlino) nulla da ridire dal momento che le due compagnie più o meno si equivalevano (che brutta voce però quella della Westbroek!) come sulle orchestre che vedevano da una parte gli insuperabili Berliner e dall’altra l’ottima Orchestre National de France. Sui podii un inglese piuttosto estroso, sempre ricco di idee, talvolta eccentrico ma a suo modo intrigante, tecnicamente ineccepibile che ha riproposto il suo Wagner ricco di forti tensioni interne e di improvvisi cambi di umore. Sull’altro versante, invece, un italiano anch’esso “bizzarro” e in cerca della “novità”, musicalmente e tecnicamente non eccessivamente dotato, discontinuo, tanto da concerto (o opera) a concerto (o opera), che, come nel caso di questo Tristano, anche all’interno di una stessa partitura, segnata da momenti felici ed altri un po’ meno quando non, vedi il Preludio del 1° atto veramente disastrosi.
 Ultima segnalazione. La Fanciulla di Chailly alla Scala sempre a maggio, proposta dal direttore milanese nella versione originale di Puccini, rimaneggiata sin dalla prima newyorchese dal furbone di turno (in questo caso… Arturo Toscanini!). Sui direttori “cretini” a un altro post. Chailly, che quanto a fantasia sembra più amico di Gatti che di Rattle, ci è parso in buona forma anche perché alle prese con una partitura che per ricchezza drammatico-musicale tende ad aiutare molto un direttore, a differenza dell’esito negativo di Giovanna d’Arco ove è il direttore che deve aiutare la partitura. Quanto ai cantanti (Haveman, Aronica, Sgura) nulla da eccepire. Nulla? Certo è che in una simile occasione la Scala avrebbe potuto mirare più in alto. Ma… verso chi? Interessante la regia di Robert Carsen, un regista che non scostandosi mai eccessivamente dalla musica e dalla drammaturgia del libretto, riesce a dare sempre soluzioni nuove e intelligenti. Questa volta ha optato per un mix tra melodramma, musical e cinema. E il musical ci capita per davvero a fagiolo, soprattutto nel non felice (musicalmente) finale di pretta marca broadwayiana.
 Uno sguardo veloce veloce, infine, all’attività concertistica. A parte un deludente e brutto Lied von der Erde, diretto con la solita freddezza da Petrenko alla guida dei Wiener Philharmoniker (Kulmann, Dean Smith), va registrato ai primi di aprile il ritorno dopo la lunga malattia di Seiji Ozawa che con i Berliner Philharmoniker ha eseguito da par suo uno strano programma: l’Ouverture di Egmont, la Gran Partita di Mozart e la Fantasia corale di Beethoven. Interessante dei Berliner il concerto norvegese del Primo di Maggio a Roros diretto da Rattle e culminante nella Terza Sinfonia, uno strascico dell’intero ciclo beethoveniano (ora su cd e dvd) eseguito a Berlino nell’autunno 2015.
Sixtus



Copyright 2016 - All rights reserved - www.langolinodihans.it
Torna ai contenuti | Torna al menu