Un week-end viennese tra tradizione, modernità e routine - Il blog di Hans - L'angolino di Hans

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Un week-end viennese tra tradizione, modernità e routine

 Un nostro caro amico e allievo ci scrive raccontandoci del suo ponte di Ognissanti in quel di Vienna. Pubblichiamo volentieri.
 
 Ciao Hans,

 approfittando di qualche giorno di ferie tra la fine di ottobre e i primi di novembre mi sono recato con Eva (che ti saluta tanto) in quel di Vienna per fare una bella scorpacciata di musica. Come tu sai, io sono un semplice “appassionato” (Nicht Meister! Nein! Will ohne Meister selig sein, ricordi?) e certi “abbonamenti” che giocano più sulla quantità che sulla qualità li lascio volentieri ai sempliciotti. Preferisco muovere il culo per poche cose ma buone, almeno così è nelle intenzioni.
 Eccoci dunque nella capitale austriaca il 29 ottobre alle 15.30 al Musikverein: Wiener Philharmoniker con Muti sul podio. In programma la Quarta di Schubert e il Requiem di Cherubini. Era la prima volta che sentivo i Wiener nella loro sede e sotto la bacchetta di un grande direttore. Bella la Tragica di Schubert, suonata meravigliosamente (che dire delle sonorità degli archi? Poesia allo stato puro!) e proposta da Muti con fare composto e studiato quasi avesse voluto dirci: “huè guagliù, guardate che non sono il solito terrone tutta pancia e che ho un cervello anch’io. E poi ricordatevi che dopo ogni Verdi ho sempre fatto le dovute abluzioni martirizzandovi con Gluck, Mozart, Salieri, Cherubini, Spontini e compagnia bella.” Ben vengano però (non sempre in verità) simili martiri. Infatti il Requiem di Cherubini è stato a dir poco stupendo, anche in virtù del sostanziale contributo del Wiener Singverein.
 Alle 19 ci siamo spostati alla Staatsoper ove andava in scena l’Armide di Gluck diretta da Marc Minkowski alla guida dei suoi Musiciens du Louvre che in buca prendevano saggiamente il posto dell’orchestra titolare, secondo una logica non sempre praticata da altri teatri. Lo spettacolo, discreto anche dal punto di vista visivo (il che è tutto dire per un teatro austro-tedesco!) è stato godibilissimo sia per l’estrosa e coinvolgente lettura del direttore francese che per la bontà di una orchestra dalle sonorità decisamente accattivanti e di una compagnia di canto dalle voci altrettanto puntuali oltre che giovani e fresche.
 La duplice esperienza di questa prima giornata non ha potuto esimerci da qualche riflessione d’ordine generale. Certo, era evidente che avevamo assistito a due cose del tutto diverse: da un lato il vecchio, la tradizione con i suoi fascinosi mondi sonori ed espressivi e la sua “genericità” interpretativa, riassunta ai massimi livelli dai Wiener e da Muti, e dall’altro il nuovo, i cui protagonisti (direttori, strumentisti e cantanti) venivano a distinguersi per una diversa forma mentis esecutiva i cui presupposti si basavano sulla fedeltà ai testi e soprattutto sullo studio delle pratiche esecutive delle epoche di appartenenza, volte a restituirne, per quanto possibile, la “giusta” dimensione sonora ed espressiva. Sarà questo il futuro, il nuovo modo di far musica, soggiunse timidamente Eva? Credo proprio di sì, risposi, anzi, mi auguro fermamente che lo sia.
 Il giorno dopo, domenica 30, eccoci ancora al Musikverein ove alle 11 nella Sala Brahms era in scena il Concentus Musicus in formazione cameristica e orfano di quel suo grande direttore che tra i primi aveva additato la giusta via ai più. In programma musiche di autori austriaci del Seicento (Concerti sacri e profani di Schmelzer, Biber, Muffat, Fux) favolosamente eseguite. Nel frattempo nella Sala Grande Muti replicava. Manco a farlo apposta: il vecchio e il nuovo in contemporanea in due sale adiacenti.
 Alla sera alla Staatsoper Minkowski & C. davano l’Alcina di Händel e noi, convinti di assistere ad una ennesima éclatante esecuzione, eravamo puntualmente presenti. Buono l’allestimento (l’edizione era da tempo passata al DVD) e la parte musicale d’apertura con tanto di ouverture, cori e balli. Poi ecco arrivare i cantanti e l’interminabile sequenza di recitativi ed arie con da capo. Più passava il tempo e più la noia iniziava a impossessarsi di noi sino tramutarsi lentamente in nervosismo e contrarietà. Che palle! esclamò a un certo punto Eva. E aveva perfettamente ragione. Evidentemente anche coloro che professano il nuovo possono sbagliare soprattutto quando, più o meno surrettiziamente, ce lo propinano mescolato al vecchio. Assistevamo infatti ad un fenomeno tipico della musica vocale di tutti i tempi e che dalla tradizione si era esteso anche alle esperienze esecutive cosiddette “filologiche”: la correttezza e spesso l’eccellenza della parte strumentale inframmezzata all’inadeguatezza tecnico-interpretativa dei cantanti. Tra i direttori più importanti l’unico a scansare il pericolo è stato ed è Philippe Herreweghe, volto però più verso il repertorio vocale sacro che non quello operistico. Una scelta fortuita? Mmm... Sconcertanti e altrettanto inspiegabili le soluzioni operate dalla buonanima di Harnoncourt, spesso all’insegna della più totale trascuratezza nei confronti della vocalità antica. Che dire, infatti, di certe Passioni e di certe Cantate bachiane impietosamente devastate dalla presenza di cantanti di stampo “wagneriano” o “parawagneriano”? Lo stesso Minkowski, del resto, aveva più volte peccato in tal senso e quella esecuzione non faceva altro che confermare questa tendenza. Già la scelta dei timbri (tutte donne con un bambino mezzo stonato dei Tölzer) lasciava a desiderare. Santo cielo, manco un controtenore, così, tanto per dare un tocco di “diverso”. Le voci poi non “giravano”. Si sentivano pochissimo (lo stesso basso continuo era costretto a pianissimi inauditi) e quel po’ che trapelava metteva in evidenza un canto corretto sì ma monotono, convenzionale, forse adatto ai repertori successivi ma non all’opera seria barocca il cui impianto complessivo necessitava di colore, varietà, inventiva quando non di pirotecnica vocale (una volta lo chiamavano “belcanto”). Sì, aveva perfettamente ragione la mia Eva! Una esecuzione sbiadita e pallosa. Minkiowski, contrariamente alla sera prima, aveva fatto clamorosamente cilecca.
 Con le pive nel sacco siamo ritornati in albergo non prima di aver assunto la quotidiana razione di Wienerschnitzel e d’altro ancora. La nostra avventura musicale era ormai terminata. La sera dopo, infatti, alla Staatsoper era di scena la grande routine dei teatri d’oltralpe. In programma un insipido Don Pasquale, protagonista un Pertusi sfiatato e gigione (quante stupide smorfie per strappare qualche risatina stentata ad un pubblico fatto in prevalenza di turisti della serie “Una serata all’Opera di Vienna” in pendant con “Una serata alla Sala d’Oro del Concerto di Capodanno”, propinate come oro colato dalle agenzie di turismo di massa), affiancato da un bravissimo Korchak e da due mezze tacche di soprano e baritono, forse più a loro agio su qualche modesto palcoscenico di provincia (così succedeva una volta) che non su quello in cui si erano trovati miracolosamente catapultati grazie all’ausilio di qualche impresario giusto. Regia in perfetto stile austro-tedesco con Don Pasquale proprietario di un moderno locale notturno e balle varie. Stupenda l’orchestra, diretta (si fa così per dire) da un Frédéric Chaslin a cui, se non altro, andava il merito di aver scelto la versione integrale della partitura.
 Usciti dall’Opera, in Kärtner Strasse principiava la parata di tutti quegli zombi che sogliono passare la notte di Ognissanti a fare il verso ai loro coetanei d’oltreoceano.
 Infine il primo di novembre eccoci alla Volksoper. Altra routine ma dichiaratamente più modesta e meno pretenziosa, basata per lo più su un repertorio in parte “da camera” (Mozart e i grandi della tradizione italiana) e in parte “leggero” (l’operetta viennese). Abbiamo così ascoltato una Zauberflöte tutto sommato ben suonata e ben cantata da un cast di illustri sconosciuti, ciò nondimeno funzionale e ben più dignitoso di quello della sera prima.
 Avrai senz’altri capito che lo scopo di questa mail non è stato tanto quello di spiattellarti tout court i fattacci nostri quanto piuttosto di buttare giù qualche riflessione sulle tipologie di esecuzioni vocali e strumentali che caratterizzano la vita delle stagioni musicali delle grandi città europee, da Vienna a Parigi, da Monaco a Londra, da Amsterdam a Berlino.
 Un caro saluto dal tuo sempre affezionato allievo Walther von Stolzing e dalla sua amata Eva Pogner



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