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Festival di Pasqua di Salisburgo 2016

 Questo è il primo post di “Visti ed ascoltati”, una raccolta di recensioni di opere e di concerti seguiti dal vivo oppure alla radio o alla televisione non da un critico professionista, di quelli per intenderci che entrano sempre senza pagare il biglietto per poi leccare il sedere a destra e a manca, ma da un semplice, seppur navigato, cultore di musica che ai concerti e all’opera ci va pagandosi regolarmente il biglietto di tasca propria.
 E dal momento che con qualcosa bisognava pure iniziare, quale favorevolissima occasione se non il Festival di Pasqua di Salisburgo di cui abbiamo seguito per intero il secondo ciclo (25-28 marzo)?
 Protagonisti dal 2013, dopo la dipartita per lidi ben più redditizi di Simon Rattle e dei Berliner, sono la Staatskapelle di Dresda e il suo Chefdirigent Christian Thielemann, affiancato quest’anno in qualità di direttore ospite da Vladimir Jurowskij.
 Venerdì 25 marzo. Beethoven, Missa Solemnis. Non ce ne voglia da lassù il buon Nikolaus né da quaggiù Philippe Herreweghe e tutti coloro che portano avanti la pratica cosiddetta filologica, ma Thielemann, pur muovendosi su un terreno di matrice prettamente tradizionale, ha fatto il miracolo. Una lettura la sua che, oltre all’estrema puntualità che sempre lo caratterizza nel focalizzare le varie componenti della struttura musicale, si è caricata, rispetto all’edizione più statica del 2010 di Dresda, di forti connotazioni drammatico-espressive, in ciò sorretta dalla sempre maggior duttilità di una Staatskapelle particolarmente in forma e soprattutto dalla trasparenza del Coro della Radio Bavarese, eccellente per qualità, pulizia e intonazione in ogni reparto. Meno convincente il quartetto solistico, guidato da una buona Krassimira Stoianova e funestato dall’infelice e stridente voce della Christa Mayer, riproposta dal direttore berlinese pure in Otello (Emilia) e l’anno prossimo in Walkiria (Fricka).
 Sabato 26 marzo. Concerto “a tema” diretto da Jurowskij (Shakespeare e dintorni: le Ouvertures di Oberon e del Sogno e l’Ottava Sinfonia di Henze, inframmezzate da una deviazione beethoveniana verso il Concerto n. 1 per pianoforte, egregiamente interpretato da Rudolf Buchbinder). Musicista di indubbie qualità e di un certo spessore, Jurowskij non ha eccessivamente brillato in Weber e Mendelssohn (troppo “elettrici”, “sussultorii”, poco inclini al canto per i nostri gusti) mentre per converso ci è parso molto più convincente nel dipanare la complessa trama sonora (diciamo pure così) dell’Ottava di Henze. Quanto poi al Primo di Beethoven beh, si sa, direttore e orchestra se la cavano quasi sempre con una lettura se non a prima, almeno a seconda vista…
 Domenica 27 marzo. Verdi, Otello. E qui siamo alle dolenti note. Per chi fosse interessato a saperne di più dello spettacolo vada pure a vederselo su Youtube (https://www.youtube.com/watch?v=sdfAq-14jG0) o a scaricarselo come torrent su Rutracker (http://rutracker.org/forum/viewtopic.php?t=5198056). Qui invece desidereremmo soffermarci su un solo e importantissimo problema.
 Premessa. In origine il protagonista doveva essere Johan Botha, poi ammalatosi e sostituito da quel duplice cane (ci si consenta l’assioma) di José Cura, duplice in quanto musicalmente negato (ed è pure lui “direttore” d’orchestra, come quell’altro…) e vocalmente ormai ridotto ai minimi termini. Nel primo cast c’era pure Dmitrij Chvorostovskij, anch’egli defilatosi (ma che iettatura questo Otello!!!) e rimpiazzato egregiamente da Carlos Alvarez (pure lui reduce da serii problemi di salute) mentre la prevista Dorothea Roeschmann, tutt’altro che adatta al ruolo, se ne rimaneva purtroppo al suo posto. Ma ritorniamo a Cura. Che costui cerchi di sopravvivere, nulla da eccepire: è un suo diritto. Intollerabile e incomprensibile è invece l’avallo da parte di un direttore del calibro musicale e dell’esperienza teatrale di Thielemann, cui va pure imputata la scelta primitiva della Roeschmann. Avallo ancor più intollerabile e incomprensibile dal momento che è andato a rovinare una concertazione d’eccezione che per ovvii motivi è venuta miseramente a cadere nei momenti che vedevano come protagoniste assolute le due disgrazie di cui sopra. D’altra parte come è possibile fare l’Otello senza Otello e per di più con una mezza Desdemona? A far rimpiangere ulteriormente l’ottima occasione mancata, va aggiunto pure il fatto che anche registicamente lo spettacolo sembrava funzionare abbastanza bene, cosa questa piuttosto rara nei teatri austro-tedeschi dove di solito se ne vedono di tutti i colori.
 Purtroppo il problema qui sollevato non riguarda solo Thielemann, dal momento che spesso e volentieri si ripropone nelle scelte di molti altri più o meno illustri colleghi sia del passato recente che del presente (ricordiamo, ad esempio, che anche Abbado scelse nel 1996 per le recite di Torino di Otello lo stesso Cura e con esiti quasi (il tipo era più giovane di vent’anni) altrettanto disastrosi). Come è possibile che tutti questi calibri da novanta scivolino così miseramente su queste stupide bucce di banana? Ignoranza in fatto di voci e d’interpretazione vocale? Mmm… no. Eccessiva e mal riposta fiducia verso Tizio o Caio, magari raccomandati dall’amico Sempronio? Mmm… forse. Superiori esigenze di cassetta? Ehhhhh… probabile. Ingerenze pesanti degli agenti teatrali? Magari del proprio agente? No comment! Sta di fatto che, vuoi per l’una o per l’altra ragione, molte potenziali ottime esecuzioni se ne vanno spesso a catafascio. Ma la cosa ancor più triste è che tutto ciò passa nella quasi totale indifferenza del pubblico che, come quello dell’Otello di Salisburgo, continua “allegramente” ad applaudire, soddisfatto più che mai.
 Lunedì 28 marzo. Concertone finale. Beethoven, Triplo Concerto con un trio di ben diverso spessore (Mutter, Harrell e Bronfman) anche se un po’ troppo incline a certa espressività vecchio stile fatta di frasi svibracchianti e strappalacrime (terribile il solo del violoncellista americano all’attacco del secondo tempo). Il tutto sostenuto da un Thielemann particolarmente esuberante. Un Thielemann che, dopo la pestata di merda dell’Otello (questa un critico professionista non l’avrebbe mai scritta, ma noi che a teatro andiamo per piangere e per gioire ce la possiamo permettere) si è poi abbondantemente riscattato in Romeo e Giulietta di Čajkovskij e nei Préludes di Liszt. Già ma lì per fortuna non c’erano i cantanti tra i piedi.
Sixtus



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