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Il plogetto Tulandot

 Quella sera il Salone dei Ricevimenti del Conservatorio “Biagio Antonacci” era illuminato a festa. Nel corso di un plenum straordinario il Consiglio di Amministrazione e il Consiglio Accademico avrebbero approvato in seduta congiunta le nuove nomine della nomenklatura dell’istituto e il gemellaggio tra quest’ultimo e il Conservatorio “Tho Cia Va”, parte di quel faraonico programma italo-cinese a tutti noto come “Plogetto Tulandot”.
 L’intero locale era attraversato nel mezzo da una enorme tavola sulla quale, tra finissimi candelabri settecenteschi in oro massiccio, facevan bella mostra di sé, adagiate in preziose porcellane di Limoges e di Sèvres, le più squisite prelibatezze che la cucina di uno chef a tre stelle Michelin, appositamente ingaggiato per l’occasione, era in grado di offrire. Il tutto accompagnato da una moltitudine di bottiglie di bianchi, rossi e moscati provenienti dalle più rinomate cantine toscane, piemontesi e delle isole del sud.
 Ai lati della sala, impalati ai muri secondo una disposizione rigorosamente simmetrica orchestrata da Sua Eccellenza il Signor Direttore in persona, se ne stavano in frak e guanti bianchi (camicione nero e grembiule vistosamente merlettato per le signore) con i rispettivi strumenti in “pied’arm”, i docenti di tutte le discipline principali e secondarie mentre quelli di pianoforte, elevati in virtù della maggior agilità manuale al rango di camerieri, si trovavano un metro più avanti agitando sopra la testa, su dei capaci vassoi, dei pregiati calici di cristallo di Boemia traboccanti di fiumi e fiumi di biondo Dom Pérignon.
 Il Salone era, al solito, presidiato da un manipolo di robusti bidelli in alta uniforme che, sfollagenti alla mano, controllavano gli accessi d’ogni dove, pronti a intervenire alla bisogna per bloccare qualsiasi manifestazione non conforme al luogo e all’evento. Tutto era pronto e una febbrile ansia attraversava le budella d’ogni sottoposto di qualsiasi ordine e grado.
 Ciò nondimeno nella sala adiacente la seduta era ancora in corso. Presiedeva Sua Maestà il Direttore, circondato dai suoi Yes Men, vale a dire i membri del Consiglio Accademico, i rappresentanti in via teorica del corpo docente e di quello studentesco. Si era giunti al punto cruciale: la nomina dei coordinatori delle varie attività didattiche, para-didattiche e soprattutto para-culo. In palio un discreto giro di prebende. Le liste, al solito, erano già state compilate da Sua Eminenza. Bastava solo il “sì” dell’assemblea, “sì” che arrivò puntualmente all’unisono.
 E pensare che tempo addietro un insegnante maligno, passato in rassegna l’intero organigramma, aveva annotato sul proprio sito internet: “Oddio! Ci vedo doppio, triplo o quadruplo ma in questo conservatorio nei posti chiave girano sempre gli stessi setto o otto nomi? Persone superpreparate? Iperattive? Molto fidate? Vallo a capire. Ma perché succede tutto questo? Perché gli insegnanti di tutto l’istituto sono solo otto? Perché tutti gli altri hanno piena fiducia in loro? Perché la cultura mafiosa si trova ovunque e a qualsiasi livello? Pare che a un certo punto di lui si siano perse definitivamente e misteriosamente le tracce.
 La discussione si concentrò infine sulla proposta di gemellaggio con il Conservatorio “Tho Cia Va”. E mentre Sua Maestà già pregustava con l’acquolina in bocca le fette prelibate di culatello che lo attendevano nel Salone attiguo, il Maestro Maroni, docente di composizione nonché cugino dell’altro Maroni docente di violoncello (entrambi soprannominati “I due Maroni”), chiese la parola (graziosamente concessa) per sottolineare, a suo dire, l’enorme utilità che l’alleanza con la Cina poteva avere per la cultura musicale italiana ed europea in genere, visto e considerato il palese stato di decadenza della prima e le enormi potenzialità della seconda. Di ciò ne davano ampia testimonianza i primi manipoli di giovani studenti del Sol Levante che si erano particolarmente distinti superando in preparazione teorico-pratica gli stessi allievi interni. Smorfia di disappunto dei rappresentanti degli studenti, prontamente rilevata dal Signor Direttore che sbottò in un “Professore, professore, stia attento a non lasciarsi prendere da facili entusiasmi e si ricordi che l’allievo è sacro, che è l’allievo ad avere sempre l’ultima parola, che senza allievi ci ritroveremmo tutti a spasso, che l’allievo non è l’allievo ma il nostro bene più prezioso.”
 La proposta di gemellaggio fu subito votata e con essa la prima missione in terra d’Oriente di un gruppetto di rappresentanza formato da Sua Maestà e dai suoi più fidi accoliti, visita per la quale il Consiglio di Amministrazione mise a disposizione, seduta stante, la somma di 300.000 euro (tra voli intercontinentali in prima classe, alberghi a cinque stelle, limousines, ristoranti super lusso, interpreti, hostess, escort, gigolò ecc. ecc. la cifra fu ragionevolmente stimata come accettabile). Fu così che, messa la parola fine alla seduta, tutti quanti poterono passare finalmente dall’altra parte per l’incontro con la delegazione cinese e soprattutto per la grande abbuffata.
 Il portone di sinistra venne quindi lentamente spalancato e il Corteo dell’“Antonacci” iniziò ad avanzare solennemente attraverso la Sala sulle note dell’Inno del Conservatorio eseguito dalla Banda della Scuola. In testa Sua Eccellenza il Direttore, alla sua sinistra il Vice; seguivano in fila per tre col resto di due i membri del Consiglio Accademico, di Amministrazione e infine i potenti Neo (si fa per dire) Coordinatori. Giunti al centro Sua Maestà intimò l’alt. A quel punto il portone di destra si aprì ed entrò la Delegazione Cinese. Sua Santità, con voce imperiosa da sergente maggiore, ordinò allora “Conservat Pre-sen-tat Arm!” al che tutti i docenti impalati alzarono i loro strumenti. Mentre i Cinesi procedevano lentamente la banda attaccò l’Inno della Fratellanza composto per l’occasione dal Maestro Maroni. Qualcuno notò tra gli impalati qualche viso commosso. Trovatisi faccia a faccia, i due Sommi Duci si inchinarono l’uno verso l’altro sbattendo maldestramente i rispettivi crani che sprizzarono scintille. “Saluto l’illustre Direttore del Conservatorio “Tho Cia Va”. “Mi onolo di lapplesentale all‘esimio collega del Conselvatolio “Antonacci” i sensi della nostla più plofonda stima.” Seguirono le presentazioni dei rispettivi Yes Men. Ciò fatto, Sua Maestà urlò a tutta canna: “si dia inizio al rinfresco!” A quelle parole i convenuti, tra gli sguardi esterrefatti degli impalati, si gettarono come lupi famelici sulla tavolata addentando tutto l’addentabile. Capitò pure che nella furia fossero fatte fuori parecchie dita e parecchie braccia scambiate rispettivamente per salsicciotti, per salami, roast-beef e via dicendo. I Cinesi poi non risparmiarono neppure gli scarafaggi e i ragni che per disavventura si erano trovati a deambulare nelle vicinanze.
 Il Signor Direttore, piccoletto e gracilino, non poté far fronte alla furia di quell’orda vandalica e si mise a urlare a più non posso: “Signori, vi prego di mantenere un contegno consono al luogo in cui siete.” Cionondimeno riuscì anche lui ad arraffare a più non posso. Allentati i morsi della fame i membri delle due delegazioni iniziarono a conversare tra loro. I giornalisti di passaggio non poterono fare a meno di sentire frasi del tipo “se tu fale piacele qui a me io poi fale piacele là a te” e viceversa. Un momento di particolare imbarazzo si ebbe quando il Direttore cinese apostrofò quello italiano con un “ma va là, vecchio scoleggione…” L’altro, stranamente, non seppe reagire o perché ormai del tutto brillo o perché effettivamente colto sul fatto. Dopo un paio d’ore, divorato il divorabile e prosciugato il prosciugabile l’allegra comitiva si sciolse e i docenti impalati, dismessa la posizione a loro tanto gradita, poterono iniziare insieme ai colleghi virtuosi del vassoio a rassettare il locale zozzo oltre ogni dire. Sua Eminenza, letteralmente sbronzo, fu accompagnato con l’auto blu di servizio a casa ove ad accoglierlo sulla porta stava la moglie con un grosso bastone.
 Uscendo, però, nessuno si accorse delle sinistre impalcature che avevano nel frattempo circondato l’edificio e che iniziavano a minarne le fondamenta. E nessuno si accorse pure che la scritta “Conservatorio di alta cultura ecc. ecc.” era stata tolta e che per terra ve ne era un’altra che recitava “Liceo ad indirizzo musicale ecc. ecc.”.
 E bravi i nostri eroi. Tutti presi a celebrar vittorie e a contare uno per uno le loro manifestazioni e i loro concerti del cazzo, pronti a stringere ridicoli gemellaggi con questa o quella istituzione straniera senza rendersi conto della possibilità sempre più certa di partire per quei nuovi lidi come direttori, vicedirettori e consiglieri accademici e ritornare come presidi, vicepresidi e rappresentanti di istituto.
Hans



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