Dal Monsalvato al Monte Ore - Il blog di Hans - L'angolino di Hans

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Dal Monsalvato al Monte Ore

  In fernem Land unnahbar euren Schritten… si trova uno dei tanti conservatori che popolano la nostra amata penisola, luogo, come tutti gli altri, d’indubbia eccellenza, in cui sogliono essere introdotti all’arte dei suoni i giovani virgulti italici. Su di esso regna un bizzarro figuro che, seppur democraticamente scelto dal corpo insegnante dal quale proviene, è di solito colto, come tutti i politici di razza, da un irrefrenabile delirio di onnipotenza con annesse manie di grandezza che, dimentico delle proprie origini, lo portano a tiranneggiare e affliggere, divenendone allo stesso tempo giudice, giuria e carnefice, proprio coloro che lo hanno eletto.
  Da costui era stato convocato d’ufficio con tanto di lettera raccomandata il Prof. Celestino Miserocchi, docente di contrabbasso e ormai prossimo alla pensione, per comunicazioni urgenti. Mentre stava guadagnando, in quella piovosa mattina di marzo, il portone centrale dell’edificio, vide alcuni bidelli trafficare con due targhe di cui la prima, appena tolta, recava la scritta “Conservatorio di musica Biagio Marini” e la seconda, che andava a sostituirla, “Conservatorio di Alta Cultura Biagio Antonacci”. “Va beh,” commentò cercando di pensare positive, “in fin dei conti sempre di Biagio si tratta”. Attraversò in fretta il bel chiostro quattrocentesco dalle cui celle i barriti inumani dei saxofoni, il gracidare assordante delle chitarre elettriche e i sovracuti spernacchianti delle trombe andavano impietosamente a comprimere le suadenti sonorità di flauti, oboi, clarinetti, violini e compagnia bella. Mala tempora currunt, soggiunse poco dopo in negative. Salì per l’ampio scalone che conduceva al piano nobile e inforcò alla sommità il lungo corridoio centrale ove sul lato destro vide negli uffici amministrativi e didattici il personale preposto in parte proteso alacremente a contare i peli del sedere dei docenti vagliandone con scrupolo ora gli orari d’ingresso e di uscita rilevati dal badge, ora le suppliche al Venerabile Maestro, in parte a sbatacchiare sulla tastiera del computer le lettere quotidiane di convocazione, di richiamo, di censura, di licenziamento oltre ai vari proclami relativi alla pulizia delle aule, dei corridoi e dei cessi, all’impiego razionale dei gessi, delle ramazze, dei rotoli di carta igienica ecc. ecc. ecc.
  Sul lato sinistro, invece, vi era un ampio vano sul quale troneggiava la scritta “Sala di ricreazione degli Allievi”, strabordante di sofisticati apparecchi hifi, di televisori ultimo grido, di computer, di biliardi e biliardini (e ping pong per i cinesi), di un american bar e di un favoloso Mac Donald. Nel mezzo stavano dei lunghi e comodissimi divani in pelle nera sui quali sedevano stravaccati dei variopinti gruppuscoli di giovani umani abbigliati secondo le fogge più strane e rigorosamente tatuati e inanellati in ogni parte del corpo visibile e non. Poco oltre una porticina introduceva in una stanzuccia buia e disadorna, la “Sala dei Professori”, cui si affiancava lo “Studio della Maga Ulrica”, presso il quale s’intratteneva un nutrito drappello di colleghi lì  venuti per consultare la celebre indovina verdiana a proposito dei futuri imprevisti. Il tutto per far fronte all’Editto della Conferenza dei Direttori secondo cui i permessi per motivi d’urgenza dovevano essere richiesti alla Direzione (che ovviamente si riservava di accordarli o no) almeno un mese prima. In fondo ecco infine la Porta Santa, presieduta ai lati da due robusti bidelli in alta uniforme.
  Sono atteso da Sua Eccellenza”, disse timidamente Miserocchi. “Entri!”, rispose con tono stentoreo quello che stava a sinistra. Penetrato nel Sancta Sanctorum, vide il Signor Direttore che conversava animatamente al telefono sprofondato in un’ampia poltrona che dava su una mega scrivania inondata da pacchi di circolari, gazzette ufficiali e articoli d’ogni sorta. Di musica nessuna traccia. Sulla parete posteriore faceva bella mostra di sé un quadro di proporzioni bibliche che ritraeva una enorme montagna. “Il Monsalvato?” si chiese pensando a qualche sotterraneo riferimento wagneriano. Niente di tutto ciò. Si trattava molto più prosaicamente, come annotava la didascalia posta sotto, del Monte Ore. “Sì, mio caro,” disse il Gran Maestro al sottoposto che stava dall’altra parte del filo, “voi insegnanti di conservatorio siete in servizio permanente 24 ore su 24 per tutti i santi giorni della settimana, domenica e feste comandate a parte, nonostante la Conferenza stia spingendo presso il ministero per farvi rientrare anche quelli.” Alla replica dell’interlocutore rispose poco dopo seccato: “Non faccia lo spiritoso con me, sa. È proprio così: anche quando si reca ai servizi igienici di casa è tenuto a comunicarmelo per iscritto, altrimenti la denuncio per sospensione non autorizzata del servizio! Chiaro? ... Come ha detto...? Usi per cortesia un linguaggio più consono all’Istituzione e alla Persona con cui sta parlando! Maleducato!” E sbatté con furia sul tavolo l’apparecchio, mentre una improvvisa scarica di batteria proveniente dal piano superiore faceva vibrare tutti i mobili della stanza, quadro compreso. Noncurante, riagguantò il telefono tuonando all’impiegata di turno: “Dottoressa Posapiano, rediga subito una lettera di censura nei confronti del Prof. Rompiglioni. Motivo: turpiloquio nel corso di una conversazione con il proprio Superiore.” “Questi sottoposti!”, commentò poi tra i denti. Ennesima scarica di batteria. Inutile dire che il povero Miserocchi, già preoccupato della convocazione, dopo aver assistito a quella scena si fece sempre più piccino, piccino, piccino. “Caro Professore”, esordì il Sommo Duce, “mi consta che in questi ultimi mesi lei abbia chiesto ben tre permessi di 2+2+2 ore ciascuno per motivi non ben precisati.” “Vero,” disse timidamente l’altro cercando di schiarirsi la voce. “E, visto che lei insegna di lunedì e di giovedì questi permessi li ha chiesti, guarda caso, proprio di lunedì e giovedì…” “Mi scusi, Signor Maestro, ma è proprio nei giorni in cui sono al lavoro che ne ho bisogno…” “Ma che va cianciando!”, replicò l’altro a squarciagola, “non sa che così facendo lei ha sottratto 2+2+2 ore preziosissime di lezione frontale ai suoi allievi? È mai possibile che vi debba ripetere in continuazione che l’allievo è sacro? Che l’allievo ha sempre l’ultima parola? Che senza allievi ci ritroveremmo tutti a spasso? Che l’allievo non è l’allievo ma il nostro bene più prezioso?” “Mi scu…si an…cora, Eminenza, ma non ca.. cca... pi… pi… sco. Per contratto…” “Il contratto, il contratto”, continuò quello, divenuto ormai paonazzo. “Il contratto dice pure che voi dovete garantire al Conservatorio 324 ore di lezione all’anno! Il Monte Ore, insomma.” E qui si alzò in piedi prosternandosi davanti al quadro alle sue spalle per poi volgersi immantinente a riappiccicare il culo sull’agognata poltrona. “Sacro e intoccabile! Il suo Monte Ore (e rifece ancora la stessa operazione) se l’è compilato lei stesso, no? E allora, sapendo che avrebbe avuto delle urgenze di lunedì e giovedì perché si è andato a scegliere come giorni di lezione proprio quelli in cui sapeva già in anticipo di non poter esserci anziché quelli in cui sapeva già in anticipo di poter esserci?” Così disse e dal cavallo dei pantaloni si vide fuoriuscire una strana sostanza biancastra, mentre l’ennesima scarica di batteria coronava l’evento. Miserocchi rimase interdetto e sentì un nodo stringergli sempre di più la gola. “Va beh, va beh,” riprese l’altro con tono conciliante. “Lasciamo perdere. Lei mi recuperi il tutto e io ci metterò una bella pietra sopra.” “Ma le assenze in questione non dovrebbero…“ “Si vergogni! Lavora 324 ore all’anno e pretende di stare a casa altre 18? Cosa sto a fare qua io? A farla lavorare di meno? E il suo codice deontologico, dove lo mettiamo?” Pentito più che mai per il torto commesso nei confronti dei suoi allievi e per il dispiacere inflitto all’Amato Direttore, Miserocchi si limitò a rispondere, frenando a stento le lacrime, con un sintetico “Sarà fatto, Eccellenza” e, accompagnato dall’ennesima scarica di batteria, fece per congedarsi. “Un momento”, soggiunse quello, “non ho mica finito. Mi è giunta voce che in più occasioni si sia rivolto ad alcuni dei suoi studenti apostrofandoli con frasi lesive della loro dignità!” “Io?” “Sì, proprio lei. Pare abbia più volte detto, come risulta da questo cd passatomi dalla Consulta degli Studenti, «hai sbagliato! », «stoni!» o «non studi!» o, peggio ancora, «se vai avanti di questo passo non so se alla fine sarai promosso…». Ma non si rende conto che la potrei licenziare! Devo ancora e poi ancora e poi ancora una volta ripeterle che l’allievo è sacro? Che è l’allievo ad avere sempre l’ultima parola? Che senza allievi ci ritroveremmo tutti a spasso? Che l’allievo non è l’allievo ma il nostro bene più prezioso?” Altra fuoriuscita liquida con annessa scarica di batteria. “Caro Miserocchi, si ricordi che i tempi sono cambiati, che il Conservatorio di oggi non è più quello di ieri, che quello di ieri è ormai morto e sepolto e non ritornerà più! Lo stesso rispetto che deve al suo Signor Direttore lo deve ai suoi Signori Allievi! Ha capito? E adesso vada pure dove sa”, continuò quello, “e reciti per sette volte l’atto di contrizione, uno per ogni nota.”
  Non appena uscito, il poveretto si lasciò andare ad un pianto ininterrotto. “Dio mio”, pensò tra sé, “a quali bassezze sono mai arrivato!” E mentre stava raggiungendo la Stanza del Perdono, notò che presso la Porta si era formato un codazzo di persone anch’esse in attesa di esser ricevute. “Quando terminerà il mandato il… nostro amico?” chiese uno. “Il mese prossimo”, gli rispose un altro. “E che intende fare dopo?” “Boh, pare abbia chiesto il trasferimento a Lampedusa…” “Coraggioso, però. Di solito gli altri si arruolano nella Legione straniera.”
Hans



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